Creare impatto sociale, economico e culturale dalla ricerca pubblica

Il tema del contributo della ricerca pubblica alla crescita sociale, economica e culturale del nostro Paese è una sorta di tema “sempreverde”. Infatti, se ne parla sempre molto, quasi costantemente, in ambiente accademico, ma anche presso i policy makers, nelle associazioni di categoria, nei congressi di varia natura. Sono fortissime, su questi temi, le aspettative; numerosi, anche se spesso frammentati, gli interventi di policy, sia su base temporale (necessaria maggiore continuità delle azioni), che territoriale (essendo frequenti le duplicazioni e le sovrapposizioni). Non vanno peraltro sottovalutati i miglioramenti sistemici avvenuti negli ultimi dieci anni e una serie di casi di successo per quanto riguarda l’appropriatezza delle azioni, la capacità di collaborazione tra ministeri diversi, l’intensità delle dinamiche generate da istituzioni di ricerca in collaborazione con enti operanti su territori, sia metropolitani che non, etc

Il tema dell’impatto della ricerca pubblica è ovviamente al centro del dibattito economico e sociale anche oggi, in concomitanza con la progettazione, il lancio e la discussione dei progetti cui sono destinati cospicui investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Tali progetti destinano alla ricerca e all’innovazione cifre che fino a qualche anno fa ci sarebbero parse assolutamente inimmaginabili.
Senza dubbio in Italia, come in altri paesi, non solo avanzati ma anche emergenti, negli ultimi 10-15 anni è cresciuta la consapevolezza sull’importanza di intendere i processi di trasferimento tecnologico Università-Industria (U-I) in senso ampio, abbracciando cioè non solo la dimensione del trasferimento di tecnologia e di conoscenza in senso stretto, ma anche quella dello scambio di conoscenza (Knowledge Exchange - KE) e dell’importante tema della generazione di impatto socio-economico sulla società. È infatti ampiamente dimostrato quanto siano determinanti i processi di generazione di impatto che partono dalla ricerca scientifica. Sia in termini generali, e soprattutto se (i) si punta a processi di crescita inclusiva, equa e sostenibile, (ii) si mira anche a coinvolgere le Piccole e Medie Imprese (Pmi) e (iii) anche territori meno centrali o a rischio marginalizzazione.
In molti casi, la letteratura ha analizzato come questi processi di valorizzazione delle attività di ricerca avvengano a livello internazionale, passando in rassegna le migliori forme organizzative, gli incentivi, le differenze territoriali, gli strumenti, le normative ed altri elementi chiave grazie ai quali il processo di KE funziona in maniera più efficiente. È evidente che sono molti i fattori rilevanti di cui occorre tenere conto e che non esistono soluzioni applicabili indistintamente in tutte le situazioni e i territori. In questo campo one size fits all non esiste. Dovendo un po’ semplificare, tra i fattori che incidono sull’esito dei processi di creazione di impatto figurano la capacità di offerta da parte degli enti di ricerca (quantità, ma soprattutto qualità), i meccanismi tecnico-amministrativi di trasferimento (che devono garantire trasparenza senza risultare eccessivamente complessi), la capacità di assorbimento da parte delle imprese (solitamente non elevata in quelle più piccole), le diverse caratteristiche dei territori, la presenza di organizzazioni che operano tra la domanda e l’offerta con funzioni di varia natura, etc. I processi di KE avvengono all’interno di Sistemi Nazionali di Innovazione e di Ecosistemi regionali e locali dell’innovazione. Si svolgono, cioè, all’interno di sistemi in cui operano più attori di diversa natura che co-evolvono nel corso del tempo. Nel KE, così come in altri ambiti, gli attori, i contesti e i processi operativi vengono modificati con dinamiche di breve, medio e lungo termine.
LINK AL PDF: https://www.rivistaitalianadipublicmanagement.it/wp-content/uploads/2022...